CLOROFILLA
Clorofilla ha ricevuto il secondo posto agli International Photography Awards 2025 (IPA) nella categoria Fine Art / Other.
Quest’anno il concorso ha registrato quasi 14.000 opere provenienti da 100 paesi, che sono state esaminate da una giuria di esperti internazionali.

Sul numero di luglio/agosto di Tutti Fotografi trovate un articolo in cui condivido il metodo e le scelte tecniche legate alla fotografia all’infrarosso, che rappresenta una parte essenziale del lavoro che porto avanti con Clorofilla.
Nella parte finale del pezzo c’è anche uno spazio dedicato alla ricerca artistica, con le immagini di alcuni lavori.
Disponibile in edicola o acquistabile in formato cartaceo o digitale presso il sito di fotografia.it

CLOROFILLA: IL PROGETTO
Clorofilla è una ricerca artistica che utilizza la fotografia infrarossa per indagare il paesaggio come costruzione percettiva. Registrando una porzione di spettro invisibile all’occhio umano, le immagini introducono uno scarto tra esperienza diretta e rappresentazione, trasformando luoghi reali in spazi ambigui, sospesi tra documento e interpretazione.
Il lavoro nasce dall’interesse per il modo in cui la tecnologia modifica la percezione del reale e mette in discussione l’idea della fotografia come registrazione neutrale del mondo. L’infrarosso non viene impiegato come semplice alterazione estetica, ma come strumento critico capace di rendere visibile il processo attraverso cui ogni immagine seleziona, trasforma e interpreta ciò che vediamo.
Gli elementi naturali mantengono una dimensione riconoscibile, ma sono attraversati da una tensione che ne altera la lettura: superfici familiari rivelano una struttura diversa, la luce si comporta in modo inatteso, il paesaggio smette di essere un soggetto da rappresentare e diventa il luogo in cui il meccanismo stesso della visione si rende evidente.
Mentre le immagini sintetiche e le simulazioni digitali moltiplicano le ambiguità della rappresentazione, Clorofilla lavora su qualcosa di diverso: mostrare che anche la fotografia apparentemente più diretta contiene già una trasformazione del visibile

“Dave Tavanti subisce la prepotente influenza del cinema,
i suoi fotogrammi sono alterati dall’invisibile
e dall’incanto nel seguirlo,
dalla voglia di raccontarlo, di fermarlo,
di superare il limite dei propri sensi,
con l’entusiasmo infantile
di popolare di mistero un posto semplice e familiare.
Ma Predator si è perso nel bosco
e si muove piano, quasi timoroso di schiacciare le foglie.
Si dimentica di cacciare
ed è incantato dai disegni misteriosi degli alberi
dai fruscii gentili, dalle trine dei rametti.
Gli giungono messaggi di pace e di letizia
la gioia semplice dell’esistere
nella ruota eterna della vita,
la legge della necessità
che sa essere bella e capricciosa
ovvia e incomprensibile.
Scorrono le immagini davanti ai nostri occhi,
di noi diventati extraterrestri
che vediamo cose mai viste nel bosco a noi familiare
attraversato tante volte, passeggiando distratti.
La sua luce ora ci stupisce e ci racconta storie
senza parole, solo fatte di emozioni.
E l’albero isolato, così perfetto e simmetrico,
si fa simbolo di bellezza,
entra per gioco nelle nostre menti
e nella loro struttura avida di razionalità,
con il sorriso che Leonardo
dipinse sul viso di Monna Lisa
e che racchiude lo stesso mistero.“
Rita Castigli
